Anima e Destino


destinoTutti, presto o tardi, abbiamo avuto la sensazione che qualcosa ci chiamasse a percorrere una certa strada…. Era la mano del Destino, o un preciso carattere individuale.

La nostra vita non è tanto determinata dalla influenze subite ma quanto dal modo in cui abbiamo imparato ad immaginarla.

Credere nella nostra natura vuol dire restituirci la percezione del nostro destino, recuperare il senso della nostra vocazione, rivolgersi alla sensazione che esiste un motivo per cui la mia persona, che è unica e irripetibile, è al mondo, e che esistono cose alle quali mi devo dedicare al di là del quotidiano.

Se, invece, accetto l’idea di essere effetto di un impercettibile palleggio tra forze ereditarie e forze sociali, io mi riduco a mero risultato e tanto più la mia biografia sarà la storia di una vittima.

La vocazione, il destino, il carattere, l’immagine innata, l’idea che ciascuna persona sia portatrice di un’unicità che richiede di essere vissuta e che è già presente prima di poter essere vissuta, riceve conferma cercando di leggere ciascuna vita a ritroso.

Prima della nascita, l‘anima di ciascuno di noi sceglie l’immagine o disegno che poi vivremo sulla terra. Tuttavia nel venire al mondo dimentichiamo tutto questo e crediamo di essere venuti vuoti.

Secondo Plotino noi ci siamo scelti il corpo, i genitori, il luogo e la situazione di vita adatti all’anima e corrispondenti, come racconta il mito, alla sua necessità. Come a dire che la mia situazione di vita, compresi il corpo e i genitori che magari adesso vorrei ripudiare, è stata scelta direttamente dalla mia anima, e se ora la scelta mi sembra incomprensibile, è perché ho dimenticato. Platone racconta questo mito affinché non dimentichiamo; infatti salvando il mito potremo salvare noi stessi e prosperare. Il mito porta anche a mosse pratiche. La più pratica consiste nel vedere la nostra biografia avendo presenti le idee implicite del mito, e cioè le idee di vocazione, di anima, di destino, di necessità. Poi dobbiamo prestare particolarmente attenzione all’infanzia per cogliere i primi segni all’opera, per afferrare le intenzioni. Le altre conseguenze pratiche vengono da sé: riconoscere la vocazione come un dato fondamentale dell’esistenza umana; allineare la nostra vita su di essa; trovare il buon senso di capire che gli accidenti della vita, compresi il mal di cuore e i contraccolpi naturali che la carne porta con sé, fanno parte del disegno dell’immagine, sono necessari a esso e contribuiscono a realizzarlo.

Una vocazione può essere rimandata, elusa, a tratti perduta di vista. Oppure può possederci totalmente. Non importa: alla fine verrà fuori. Questa immagine non va confusa con la voce della coscienza.

Molti termini designano la nostra anima: immagine, carattere, fato, genio, vocazione, destino. L’idea che la nostra anima abbia a cuore il nostro interesse è l’aspetto più difficile da accettare. Perché si interessa a quello che faccio, magari mi protegga o addirittura mi mantenga in vita, indipendentemente, in una certa misura, dalla mia volontà e dalle mie azioni? Le urgenze del destino sono spesso frenate da percezioni distorte e da un ambiente poco ricettivo, sicché la vocazione si manifesta nella miriade di sintomi del bambino difficile, del bambino autodistruttivo, portato agli incidenti, del bambino <iper>, tutte espressioni inventate dagli adulti in difesa della propria incapacità a comprendere.

La vocazione si esprime nei capricci e nelle ostinazioni, nelle timidezze e nelle ritrosie che sembrano volgere il bambino contro il mondo, mentre servono forse a proteggere il mondo che egli porta con sé e dal quale proviene.

Ogni bambino cioè è un bambino dotato, traboccante di doti: doti che sono tipiche sue e che si manifestano in modi tipici, sovente a causa di disadattamento e sofferenza.

tratto da ‘Il codice dell’animaJames Hillman’

 

 

 

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